CHIARA MOLETTA - PUBLIC SPEAKING
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speaker si diventa

Come fare una buona prima impressione

25/3/2016

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Come disse il grande Oscar Wilde: “non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione”.

Statisticamente parlando, impieghiamo dai 5 ai 7 secondi per farci una prima impressione su qualcuno e questa prima valutazione si basa, neanche a dirlo, sull’aspetto fisico. Più precisamente, i tre elementi che soppesiamo nel farci una prima impressione sono look, postura ed espressione del viso. Per questo motivo, se vuoi assicurarti una valutazione positiva da parte dei tuoi interlocutori, ti consiglio di seguire attentamente i consigli che sto per darti:
  • Ricorda che l’abito fa il monaco. Osserva per un attimo la foto che accompagna questo post e sii sincero: se ti trovassi all’ospedale e ti venisse incontro l’uomo a destra dicendoti che sarà lui a curarti, ti sentiresti tranquillo come se ad occuparsi di te fosse il suo gemello a sinistra? In realtà si tratta della stessa persona, ma l’accostamento delle due immagini dovrebbe farti riflettere su quanto il nostro aspetto condizioni l’immagine che gli altri si fanno di noi. Ecco perché è fondamentale che, quando parliamo in pubblico, il nostro look sia adatto alla situazione, meglio se in linea con quello dei nostri interlocutori. Lo speaker, infatti, non deve mai sembrare un pesce fuor d’acqua, ma deve apparire come “uno del gruppo”, al massimo vestito un po’ meglio, mai un po’ peggio. Va poi detto che non esiste un abito perfetto per ogni occasione, poiché è  il contesto che detta il look. Ne consegue che, se ti trovi ad una riunione informale, faresti meglio a rinunciare al doppiopetto, optando per una camicia senza cravatta. Se invece l’occasione lo richiede, non esitare ad infilarti un completo elegante: potrebbe rivelarsi un elemento indispensabile per  fare colpo sui tuoi interlocutori! 
  • Ricorda che non sei Robocop e neppure John Wayne. La tua postura deve esprimere entusiasmo, fiducia e sicurezza. Dovresti stare bene eretto, con i piedi ben piantati al suolo e le braccia morbide lungo i fianchi, pronte a muoversi con scioltezza (non sei Robocop) per ricambiare una stretta di mano o per accompagnare con una gestualità enfatizzante il contenuto del tuo discorso. Vanno perciò evitate sia posture di “superiorità”,  che possono suscitare antipatia, che posture “di chiusura”, che trasudano tensione.  Le principali posizioni che comunicano “superiorità” sono: la postura detta “alla John Wayne” (petto in fuori e mani poggiate ai fianchi), la postura del comandante che ispeziona le truppe (petto in fuori e mani incrociate dietro alla schiena) e la postura della top model (postura sbilanciata con la mano sul fianco). Tra le principali posture che indicano un atteggiamento di chiusura abbiamo invece schiena curva, capo chino, occhi bassi e mani incrociate sul petto o davanti alle parti intime. Questi atteggiamenti carichi di nervosismo sono “pericolosi” tanto quanto quelli che rivelano eccessiva sicurezza in se stessi (postura sbilanciata all’indietro e mani in tasca). 
  • Ricorda che la regola d’oro è: sorridere, sorridere, sorridere. A meno che tu non ti appresti a dare una notizia tragica o a pronunciare un elogio funebre, fai la tua entrata in scena con un sorriso sulle labbra. Grazie all’azione dei neuroni specchio, i tuoi interlocutori saranno naturalmente portati a ricambiare il tuo sorriso, e fra di voi si istaurerà fin da subito un clima disteso, fondamentale per dare il via ad un processo di comunicazione efficace.
Tutto ciò, per dire come spesso, prima di iniziare a dialogare con qualcuno, ci concentriamo sulla prima cosa da dire, quando in realtà non sono quasi mai le nostre parole, e quindi i nostri pensieri e la nostra interiorità, a determinare la prima impressione che facciamo sugli altri. Certo, se quando apriamo bocca diciamo una marea di stupidaggini, la valutazione positiva che avevamo ricevuto inizialmente svanirà come neve al sole e, viceversa, se quando apriamo bocca siamo in grado di incantare le persone con il nostro eloquio, potremo facilmente recuperare una cattiva impressione iniziale. Tuttavia, concorderai con me quando affermo che sarebbe meglio partire fin da subito con il piede giusto, facendo il possibile per fare una buona prima impressione.
Per questo motivo, la prossima volta che ti trovi in pubblico, ricordati di mettere in pratica i suggerimenti che ti ho dato in questo post, facendo attenzione a look, postura e sorriso. Poi, se ti va, lascia un commento per farmi sapere com’è andata.
A presto!
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Donne e Public Speaking

6/3/2016

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Secondo la neuropsichiatra Californiana Louann Brizendine, una donna può arrivare a pronunciare fino a 20.000 parole al giorno, mentre il più logorroico dei maschi si ferma a sole 7000. Inoltre le donne possiedono, in rapporto agli uomini, l’11% di neuroni in più nell'area del cervello associata alle emozioni e alla memoria. Detto in parole povere: le donne hanno più memoria, parlano con più facilità e hanno doti empatiche più sviluppate rispetto ai loro colleghi maschi. 
Ma allora, verrebbe da chiedersi, come mai ci sono così poche donne speaker? Non c’è infatti bisogno di far riferimento a nessuno studio scientifico, né a statistiche d’oltreoceano, per accorgersi di come il numero di donne che prendono la parola in pubblico sia nettamente inferiore rispetto a quello dei loro colleghi maschi. Basta presenziare ad una convention o ad un qualunque congresso aziendale o politico, per toccare con mano quest’ennesima riprova della disparità di trattamento tra uomo e donna... e no: il raduno annuale delle casalinghe d'America non conta come prova contraria.
La verità è una, triste e semplice: la donna speaker è discriminata. Non solo, a parità di ruolo e preparazione, le vengono spesso preferiti colleghi dell’altro sesso, ma anche quando le viene data la possibilità di salire sul palco, la donna cade vittima di una serie di giudizi e pregiudizi che scoraggerebbero anche la speaker più tenace. Date un’occhiata a cosa si sta scrivendo in questi giorni sulla povera Hillary Clinton, in corsa nella campagna per le presidenziali americane, e capirete di cosa sto parlando…
Innanzitutto, ci si aspetta che una donna che prende la parola in pubblico sia di aspetto più che gradevole, o si corre il rischio che l’attenzione del pubblico cali. La nostra oratrice, però, non deve nemmeno essere troppo graziosa, o l’attenzione si focalizzerà immancabilmente su doti che esulano dalla sua proprietà di linguaggio e parte del pubblico inizierà a chiedersi come abbia fatto una ragazza così carina a guadagnarsi un posto sul palco… e, come potete facilmente immaginare, le ipotesi non saranno quasi mai lusinghiere per la lady in questione.
In poche parole, una donna speaker subisce una pressione fortissima, in aggiunta a quella che qualunque suo collega maschio si ritrova a fronteggiare quando prende  la parola in pubblico.

In uno dei miei primissimi post, ho affermato che la paura di parlare in pubblico è il più grande ostacolo al successo di un oratore ed ho spiegato come questa forma di “ansia sociale” sia solo uno dei tanti volti dietro cui si cela un timore più grande: quello di essere giudicati.
​Ora, se è vero che il primo ostacolo che uno speaker deve superare è la paura del giudizio, è facile intuire come, ancora oggi, molte donne rischino di fermarsi ai blocchi di partenza. Credo quindi che sia giusto, a pochi giorni dall’8 marzo, riflettere su quanto potenziale femminile sia quotidianamente sprecato e soffocato, e credo sia altrettanto doveroso invitare ogni donna che si troverà a leggere questo post a lottare per trovare, ritrovare e far sentire, la propria voce.
Buon 8 Marzo a tutte noi!

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Dillo con le mani...

14/2/2016

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Italia: patria dei gesticolatori… Ti ho già spiegato, in uno dei miei primi post, che la comunicazione non verbale – il cosiddetto “linguaggio del corpo” – è fondamentale per veicolare un messaggio in modo efficace. Quello che non ti ho detto, ma che ti svelo ora, è che lo strumento principe di questo linguaggio sono le tue mani.
Perciò, se anche tu sei fra quelli che si chiedono “ma dove devo tenere le mano quando parlo in pubblico?” sei capitato sul post giusto.
​

Regola numero uno: quando entri in scena, le tue mani (così come le tue braccia) dovrebbero essere abbandonate lungo in fianchi e iniziare a muoversi solo quando inizi a parlare, per accompagnare, sottolineare e rafforzare tutto ciò che esprimi a livello verbale e paraverbale.

Regola numero due: per nessun motivo dovrai nascondere le mani mentre parli in pubblico, perché, a livello inconscio, chi ti guarda percepirà il tuo gesto come un segnale del fatto che, molto probabilmente, “hai qualcosa da nascondere”. Quindi niente mani dietro la schiena, che fanno molto “bimbo colto in flagrante mentre ruba la marmellata”, né mani in tasca che, pur dandoti un’aria amichevole ed informale, potrebbero farti apparire, agli occhi di qualcuno, un po’ troppo arrogante e sicuro di te.
Se poi, mentre tieni una mano in tasca, ti metti a giocherellare con il mazzo di chiavi che si trova al suo interno, è fatta: il pubblico si lascerà distrarre dal tintinnio e smetterà di prestarti attenzione.

Se tutto ciò non bastasse a convincerti che è sempre consigliabile tenere le mani bene in vista, fai una prova pratica: posizionati davanti allo specchio e prova a parlare per tre minuti, mentre spieghi un concetto, senza muovere le mani. Ti renderai conto di come sia difficile e di quanto le tue parole sembrino perdere efficacia quando non sono accompagnate da un movimento di braccia e mani. Allora perché “nascondere” uno strumento fondamentale per aumentare l’efficacia del tuo discorso?

Certo, vanno fatte le dovute distinzioni… perché se è vero che è bene tenere sempre le mani in vista, è altrettanto vero che ci sono alcuni gesti e movimenti  che andrebbero visibilmente evitati.
Innanzitutto, ti sconsiglio di ricorrere a gesti accusatori e volgari quali corna, dito medio e gesto dell’ombrello. Lo stesso vale per gesti come il pollice alzato e il segnale di “OK” (punte di pollice e indice che si toccano) quando non sei sicuro che il pubblico presente in sala sia composto interamente da tuoi connazionali. Per i Nigeriani, infatti, il pollice alzato è l’esatto corrispettivo del nostro dito medio, mentre per i Francesi il nostro gesto dell’ok significa “zero”, “nullità”, per i Giapponesi simboleggia una richiesta di denaro e per i Greci è un modo volgare per indicare che una persona è omosessuale.

Oltre ai gesti codificati che ho appena elencato, andrebbero evitati  tutti i movimenti delle mani che rivelano stress e insicurezza (rigirarsi un anello attorno al dito, toccarsi il collo, torcersi le dita come Lady Macbeth) e i segnali di menzogna (mani che coprono gli occhi o la bocca).
​
Al contrario, è consigliabile gesticolare con le mani sollevate all’altezza degli occhi, perché il viso è la parte del corpo dello speaker che il pubblico osserva maggiormente. Ne consegue che i gesti delle mani compiuti in prossimità del volto (senza coprirlo) risulteranno doppiamente efficaci, contribuendo maggiormente alla riuscita del tuo discorso.

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A Natale puoi...

22/12/2015

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Auguri di Buon Natale Blog Moletta Corsi
Anche quest’anno è arrivato il Natale. In questo post voglio spiegarti come approfittare delle feste per migliorare il tuo modo di comunicare, destreggiandoti tra auguri, abbracci e strette di mano.

Per prima cosa, evita tag di massa su Facebook ed sms preconfezionati e impersonali da inviare a tutti i tuoi contatti. Chi riceverà questo genere di auguri non si sentirà affatto gratificato, e molto spesso non ti risponderà o ti invierà un augurio altrettanto banale. Perciò, se mandi gli auguri a qualcuno cui tieni, personalizza un po’ il messaggio, rivolgendoti alla persona con il suo nome e chiedendole come sta, prima di passare alle frasi di rito.

Se invece ti capita di incontrare per strada un conoscente cui desideri rivolgere i tuoi auguri, ricordati di dargli una stretta di mano vigorosa e di guardarlo negli occhi con un'espressione sincera e sorridente. Non c’è niente di peggio di chi ti porge una mano molliccia o ti sussurra “Buon Natale” mentre si guarda attorno con l’aria di chi vorrebbe trovarsi da tutt’altra parte e in tutt’altra compagnia.

C’è poi il capitolo prossemica: baci e abbracci abbondano in questo periodo in cui, secondo la tradizione, siamo tutti più buoni. Tuttavia tu, da bravo comunicatore, dovresti sforzarti di cogliere nello sguardo e nell’atteggiamento di chi ti sta di fronte quale sia il livello di contatto fisico che quella persona è disposta a tollerare. Ad esempio, se ti avvicini a qualcuno per fargli gli auguri e questi rimane a braccia incrociate, non andare oltre la stretta di mano. Allo stesso modo, se una persona ti sorride apertamente e muove le braccia, non esitare a spingerti un po’ oltre: regalale pure un bell'abbraccio! Ovviamente lo stesso vale anche per te: se desideri lasciar avvicinare qualcuno, mostra un atteggiamento aperto e accogliente, se invece lo vuoi evitare, inviagli un messaggio non verbale di chiusura, e (forse) l’altra persona capirà…

Altro consiglio fondamentale: quando ti trovi all’interno di un gruppo di amici, parenti o colleghi, assicurati di non aver trascurato nessuno e di aver distribuito equamente sorrisi e attenzioni, in modo da non far sentire qualche malcapitato escluso dalla condivisione di buoni sentimenti. Se poi desideri che il gruppo rimanga “chiuso”, in un momento di intima condivisione, fa in modo di “chiudere il cerchio”, assicurandoti che nessun membro sia rivolto verso l’esterno. Difficilmente, infatti, qualcuno tenterà di intromettersi in un gruppo chiuso in cui tutti gli danno le spalle. Se invece tu e i tuoi amici, parenti o colleghi adottate una posizione aperta, e cioè vi disponete a semicerchio, lascerete spazio all’“intrusione” di qualche altra persona desiderosa di condividere un momento di scambio con voi.

Nello spirito del Natale, la posizione che dovresti adottare sarebbe proprio questa. Nello spirito della comunicazione efficace, poi, questo è ancora più vero, perché più grande sarà il numero di persone con cui interagirai, maggiori saranno le opportunità di esercitare le tue doti comunicative!

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Come riconoscere una bugia

6/11/2015

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Come riconoscere una bugia
Negli ultimi anni, grazie anche al successo della serie televisiva Lie To Me, si sono moltiplicati gli esperti che affermano di poter individuare una bugia attraverso la lettura delle cosiddette “microespressioni”.

Queste, non sono altro che fugaci alterazioni della nostra mimica facciale che si verificano in seguito ad un evento o a qualcosa che ci viene detto. La loro affidabilità viene dal fatto che si tratta di reazioni spontanee, che possono durare anche un solo secondo, e che si dipingono sul nostro volto prima che riusciamo a registrare, a livello conscio, l’emozione che le ha provocate. In altre parole, sono espressioni che assumiamo inconsciamente, e che non siamo quindi in grado di controllare.

L’argomento è sicuramente affascinante, ma ti posso assicurare che, nella maggior parte dei casi, non avrai bisogno di saper cogliere le microespressioni tipiche di chi mente, per capire se la persona che hai di fronte ti sta dicendo una bugia. Ti basterà semplicemente fare attenzione alle incongruenze tra il linguaggio verbale del tuo interlocutore (le parole che dice) ed il suo linguaggio non verbale e paraverbale (il modo in cui si muove e parla).

Quando qualcuno dice la verità, infatti, questi tre linguaggi sono coerenti tra loro. Ad esempio, una persona che si dichiara felice e che, mentre lo fa, sorride con bocca e occhi e parla con un tono di voce allegro, probabilmente sta dicendo la verità, poiché tutti i segnali inviati dal suo corpo e dalla sua voce sono coerenti con le sue parole.

Chi mente, invece, tende a rivelare inconsciamente la propria bugia attraverso alcuni segnali del corpo tesi a “dissociare” le proprie azioni dalle parole appena pronunciate:
  • Alcune persone, ad esempio, non riescono a reggere lo sguardo del loro interlocutore, e parlano tenendo gli occhi bassi o rivolti altrove.
  • Altre, invece, spostano istintivamente lo sguardo in alto a destra, rovistando nell’emisfero cerebrale in cui ha sede il pensiero creativo (dopotutto, mentire richiede spesso e volentieri una buona dose di creatività).
  • Altre ancora, tengono gli occhi sgranati e non sbattono le palpebre, fissando la persona che hanno di fronte con aria sorpresa, quasi a voler dire “ma come puoi pensare che io stia mentendo, quando ti sto guardando dritto in faccia così apertamente?!”.
  • Molte persone, poi, si coprono gli occhi, la bocca o parte del viso, ricorrendo ad un tipico atteggiamento di negazione e autodifesa.
  • Altre, infine, fanno scatti repentini all’indietro, subito dopo aver mentito, nel tentativo inconscio di “scansare” la bugia che aleggia nell’aria di fronte a loro.

In generale, potremmo quindi dire che tutti gli atteggiamenti che esulano dalla norma del contesto e/o mostrano incoerenza tra i vari livelli del linguaggio, sono da considerarsi quanto meno sospetti, e vanno analizzati attentamente, per verificare se nascondono o meno una bugia. Altrettanto sospette sono tutte le reazioni verbali e paraverbali eccessive, quali lunghe giustificazioni non richieste, o espresse con un tono di voce alterato.

Ma cosa c’entra tutto questo con il public speaking?, ti starai chiedendo. C’entra eccome, poiché nessun oratore potrà mai considerarsi un comunicatore efficace, se non riuscirà a conquistare la fiducia del suo pubblico, risultando ai suoi occhi sincero, credibile e affidabile. Compreresti mai qualcosa da un tizio che ha tutta l’aria di essere un truffatore? Offriresti mai un incarico importante ad una persona poco affidabile? Immagino di no! Per questo, quando interagisci con qualcuno, devi sempre assicurarti che tutti i segnali comunicativi che invii siano coerenti tra loro, moltiplicando così l’efficacia e la credibilità del tuo messaggio.

Hai trovato questo articolo utile? Spero di sì e, nel caso in cui desiderassi approfondire l’argomento, ti ricordo che sabato 21 novembre, presso il Best Western Hotel Palladio di Bassano del Grappa, si terrà il mio corso full immersion di Public Speaking Base. Le iscrizioni rimarranno aperte solo fino a sabato 14 novembre, perciò sbrigati! Ti aspetto!

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I 7 Peccati Capitali del Public Speaking

24/10/2015

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I 7 peccati capitali del Public Speaking
Il Public Speaking è come una religione: ha i suoi comandamenti ed i suoi vizi capitali.
Nel post precedente ti ho elencato i Dieci Comandamenti che ogni bravo speaker dovrebbe rispettare per ottenere una performance di successo. Oggi, invece, è giunto il momento di farti conoscere i sette peccati capitali che condannano al fallimento qualunque tentativo di parlare in pubblico.


I. Accidia: ossia “affidarsi all’improvvisazione” perché troppo pigri per prepararsi.

II. Invidia: credere che i grandi oratori siano tali esclusivamente perché possiedono un talento innato.
A questo proposito ti ho già spiegato che speaker non si nasce, ma si diventa!

III. Lussuria: immaginare il pubblico nudo per sentirsi meno intimoriti al momento di affrontarlo.
Oltre ad essere poco carino nei confronti del tuo pubblico, un simile pensiero potrebbe distrarti o addirittura lasciarti sfuggire qualche risatina poco opportuna, che i presenti in sala potrebbero interpretare come un segnale di scarsa serietà.

IV. Gola: riempire il proprio discorso di slide, fatti, cifre e statistiche per apparire più preparati.
L’imperativo è, al contrario, “togliere, togliere, togliere”, lasciando spazio solamente ai concetti che il pubblico dovrebbe poter ricordare dopo la fine del discorso.

V. Avarizia: continuare a parlare oltre il tempo stabilito.
Anche questo, come l'arrivare impreparati, è un segnale di scarso rispetto e scarsa professionalità.

VI. Ira: reagire in modo aggressivo alle critiche o alle domande del pubblico.
Un atto di comunicazione, per essere tale, ha bisogno dell’intervento attivo di due persone ed è efficace solo quando chi si trova nel ruolo di destinatario ha compreso appieno il messaggio che gli è stato trasmesso. Ecco perché devi sempre accettare critiche e domande da parte del pubblico, anche quando ti sembrano “sciocche” o “irrilevanti”. Tanto più che, se liquidi come irrilevanti gli interventi dei tuoi interlocutori, commetti un secondo peccato capitale, l'ultimo di questa lista.

VII. Superbia: ossia considerare se stessi più importanti o migliori del pubblico.
Se la vedi così, faresti meglio a parlare unicamente con te stesso di fronte ad uno specchio. Un bravo speaker, infatti, sa che le aspettative, le richieste e le esigenze del pubblico devono essere la sua priorità.
 
Se vuoi saperne di più, ti invito a leggere il post di Andrew Dlugan intitolato “The seven deadly sins of Public Speaking”, che mi è servito da ispirazione per questo breve post.
Se invece hai deciso che è giunto il momento di metterti alla prova come oratore, ti ricordo che sono aperte le iscrizioni al corso di Public Speaking Base che terrò sabato 21 novembre 2015, a Bassano del Grappa. 
Arrivederci al prossimo post! 
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I Dieci Comandamenti del Public Speaking

18/10/2015

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I dieci comandamenti del Public Speaking
La Bibbia ci racconta che Mosè salì sul Monte Sinai e ricevette da Dio le Tavole della Legge, i famosi 10 comandamenti. Cosa c’entra Mosè con il public speaking, ti starai chiedendo? C’entra, c’entra… prima di tutto perché Mosè aveva così tanta paura di parlare in pubblico che chiedeva al fratello Aronne di parlare al posto suo e, in secondo luogo, perché anche il mio post parla di comandamenti. Non dei comandamenti della Bibbia, ovviamente, ma di quelli del Public Speaking: un decalogo di regole sempre valide grazie alle quali ti guadagnerai, se non il Paradiso, almeno un bell’applauso!

  1. Preparati: arrivare impreparato di fronte al pubblico è uno dei “peccati” più gravi che tu possa commettere. È un segno di scarsa professionalità e, ancora peggio, di scarso rispetto nei confronti di chi è venuto ad ascoltarti. Pertanto non commettere mai l’errore di pensare  “casomai improvviso”, se non sei assolutamente certo di conoscere alla perfezione l’argomento che devi trattare. Questo perché l’improvvisazione, per riuscire bene, richiede grande preparazione. Ti sembra un paradosso? Credimi, non lo è. Infatti, solo uno speaker estremamente preparato è in grado, se necessario, di improvvisare un discorso completo ed efficace sul tema che è chiamato a presentare.
  2. Non leggere il tuo discorso: farlo significherebbe rivolgere la tua attenzione al foglio o alle slide, invece che al pubblico, ed è risaputo che un pubblico che non si sente osservato si distrae più facilmente. Inoltre, leggendo, non darai mai un tono naturale e coinvolgente alle tue parole, finendo per annoiare profondamente chi ti sta ascoltando.
  3. Non riciclare il tuo discorso: non rifare lo stesso discorso di fronte ad un pubblico diverso. Un discorso ripetuto più volte, senza variazioni, perde freschezza. Il pubblico si accorgerà dal modo in cui parli che gli stai rifilando “la solita solfa” e quindi smetterà di ascoltarti. Tu stesso rischi di annoiarti nel ripetere le solite cose decine di volte, e questo potrebbe trasparire dai tuoi gesti e dalla tua voce, limitando il coinvolgimento emotivo del tuo pubblico. Ricorda poi che il tuo discorso non deve essere rivolto a tutti, ma ad ognuno dei presenti. Se il pubblico penserà che hai preparato un discorso apposta per lui, sarà incline a prestarti maggiore attenzione.
  4. Non far durare il tuo discorso oltre i tempi stabiliti: che tu debba parlare nel corso di una lezione, di una riunione, di un meeting aziendale o di un convegno, con ogni probabilità dovrai concludere il tuo discorso entro una certa ora. Il mio consiglio è: non continuare a parlare oltre il tempo che ti è stato accordato. Il tuo pubblico, per quanto felice di ascoltarti, ha sicuramente altre cose da fare, e non apprezzerà di essere trattenuto oltre l’orario stabilito. Inoltre, se dopo il tuo intervento è previsto quello di altri speaker, il tuo dilungarti ti farà apparire poco rispettoso nei confronti dei tuoi colleghi.
  5. Non esagerare con le slide: le slide devono essere supporti visivi non sostituti visivi. Troppe slide rischiano di rendere il tuo discorso meno fluido e di distrarre il pubblico, che non saprà più se ascoltare te o leggere le slide. Anzi: dal momento che gli essere umani sono più attratti da ciò che vedono che da ciò che sentono, sappi che, con ogni probabilità, il pubblico sceglierà di ignorare te, preferendoti le immagini proiettate. Perciò, se proprio devi usare delle slide, fallo con moderazione. Evita di creare slide piene di parole e serviti piuttosto di immagini che il pubblico possa associare al tuo discorso, favorendone la comprensione.
  6. Non esagerare con i tecnicismi e le parole straniere: termini tecnici e parole straniere potrebbero mettere in difficoltà alcuni membri del pubblico. Se il loro utilizzo ti è indispensabile, assicurati di chiarirne il significato la prima volta che li introduci nel tuo discorso, in modo da poterli usare, in seguito, con la certezza di essere compreso da tutti.
  7. Fai un uso corretto di voce e pause: usa la tua voce al meglio per coinvolgere il pubblico. Non parlare troppo lentamente, per non suscitare un “effetto ipnosi”, ma nemmeno troppo in fretta, o il pubblico faticherà a seguirti. Serviti di pause ed escursioni tonali per sottolineare i punti fondamentali del tuo discorso e mantenere viva l’attenzione dei partecipanti.
  8. Fa si che ciò che dice il tuo corpo non contraddica ciò che dicono le tue parole: se costretto a scegliere tra credere alle tue parole o ai segnali che manda il tuo corpo, il pubblico crederà al tuo corpo, perché è più facile mentire con le parole che con il linguaggio non verbale. Per questo, se vuoi dare credibilità ed efficacia al tuo discorso, devi assicurarti che ciò che dici sia coerente con ciò che mostri.
  9. Osserva e ascolta il tuo pubblico: mentre parli, osserva le reazioni del tuo pubblico per capire se stai andando bene o se devi “correggere il tiro”. Borbottii, occhiate ostili, sguardi annoiati o sfuggenti non sono segnali positivi. Cerca di capire cosa non va nel tuo discorso, magari chiedendo ai partecipanti di intervenire o commentare quanto hai appena detto. Solo un clima disteso e positivo potrà garantire una buona riuscita della tua performance, perciò, ai primi segnali di tensione e malumore tra il pubblico, intervieni a ristabilire l’armonia.
  10. Interagisci con il tuo pubblico: quando prepari la “scaletta” con le fasi del tuo discorso, ricordati di lasciare un po’ di spazio libero per eventuali commenti e domande del pubblico. Sarai tu, ovviamente, a stabilire tempi e modalità di intervento: ciò che importa è che tu non dia mai ai partecipanti l’impressione che la loro presenza ed il loro coinvolgimento non contino per te, o si sentiranno autorizzati ad ignorarti a loro volta.
 
Allora? Che te ne pare di queste regole? Le hai sempre messe in pratica nei tuoi discorsi? In caso contrario, mettile alla prova la prossima volta che ti troverai a parlare in pubblico e poi fammi sapere com’è andata!
Se poi l’argomento ti interessa in modo particolare, qui potrai leggere un’altra, più celebre, lista di comandamenti del Public Speaking, quella che TED fornisce a tutti i suoi speaker prima dei loro interventi. Alcune regole somigliano a quelle che hai appena letto, altre sono pensate specificamente per il TED Talks, ma sono certa che le troverai comunque utili e di grande ispirazione.
E, se nel frattempo decidi di fare sul serio con il Public Speaking, visita la pagina dedicata ai miei corsi… la soluzione giusta per te è a portata di click!
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Parlare VS Comunicare: quando le parole non bastano

10/10/2015

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Blog Moletta Corsi Parlare Comunicare
Un detto famoso tra gli specialisti della comunicazione è “non si può non comunicare”. Ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcuno, infatti, il nostro atteggiamento comunica qualcosa, anche se restiamo in assoluto silenzio. Non a caso spesso si parla di “silenzi eloquenti” o di gesti e sguardi  che “valgono più di mille parole”.

Da ciò possiamo dedurre che il linguaggio verbale, pur essendo lo strumento principe della comunicazione, è solo uno dei tanti mezzi che abbiamo a disposizione per esprimerci. Affinché il messaggio che vogliamo trasmettere sia pienamente compreso dal nostro interlocutore, infatti, le parole non bastano, e il loro significato dovrà essere rafforzato dall’utilizzo corretto e coerente di altri due strumenti: il linguaggio non verbale, noto anche come “linguaggio del corpo”, e il linguaggio paraverbale, dato dal tono di voce, dal ritmo e dalle pause.

Affinché la nostra comunicazione risulti efficace, i tre linguaggi appena menzionati (verbale, non verbale e paraverbale) devono essere coerenti tra loro. Questo concetto è fondamentale, perché una discrepanza tra questi tre linguaggi, oltre a diminuire l’efficacia della comunicazione, può dare al nostro interlocutore l’impressione che gli stiamo mentendo.

Pensa ad esempio all’ultima volta che hai visto un amico o un familiare con l’aria stanca, triste, abbattuta. Ti sei avvicinato e gli hai chiesto “hey, come va?” e lui o lei ti ha risposto in tono triste “bene”, senza perdere la sua espressione afflitta. Hai creduto davvero che quella persona stesse bene, solo perché te lo ha detto? Immagino di no. Ma se quella stessa persona avesse avuto un espressione sorridente e ti avesse risposto con voce allegra e squillante le stessa identica parola (“bene”) non avresti avuto dubbi su come si sentisse veramente. Nel primo caso hai dubitato perché il linguaggio verbale del tuo interlocutore contrastava con il suo linguaggio non verbale e paraverbale, dicendo l’esatto opposto di ciò che comunicavano questi ultimi. Inoltre, sempre grazie a questo esempio, possiamo renderci conto di come, quando c’è una discrepanza tra i linguaggi espressivi, noi tendiamo a credere a quanto ci dicono il linguaggio non verbale e quello paraverbale.

Secondo uno studio condotto nel 1967 dallo psicologo statunitense Albert Mehrabian, questi due linguaggi, oltre ad essere i più affidabili e veritieri, costituiscono il 93% del messaggio che raggiunge il nostro interlocutore. Solo il restante 7% della comunicazione avviene attraverso il linguaggio verbale, ossia attraverso le parole che utilizziamo per esprimerci. Sembra incredibile, non è vero? Eppure è così, salvo alcune ovvie eccezioni. Torna per un attimo con la mente sui banchi di scuola e immagina di dover essere interrogato sui Promessi Sposi: puoi guardare il professore dritto negli occhi, assumere una posa che trasuda preparazione e usare una voce calma e sicura, ma se alla domanda “Chi ha scritto I Promessi Sposi?” rispondi “Dante” un bel quattro non te lo leva nessuno. Questo per dirti che le percentuali che ti ho dato vanno prese con le pinze e riviste in eccesso o in difetto a seconda della situazione comunicativa in cui ti trovi.

Detto ciò, resta comunque vero che, per diventare un bravo speaker, dovrai passare altrettanto, se non più tempo a riflettere su come comunicare il tuo messaggio che non sull’elaborazione del tuo discorso. Questo perché non è tanto quello che dici, quanto come lo dici, che colpirà il tuo pubblico.

Per saperne di più, leggi il mio prossimo post sui segreti del linguaggio non verbale o clicca sulla pagina “corsi” per regalarti un’esperienza formativa che cambierà la tua vita relazionale e professionale.


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    Autore

    Chiara Moletta, classe 1985, dottore magistrale in Lingue e Letterature Europee, Americane e Postcoloniali e specialista in tecniche e strategie di comunicazione efficace e assertiva applicate al Public Speaking.

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